Pistoia, 18 marzo 2026 — Nel nuovo romanzo di Bruno Arpaia lo scenario è claustrofobico e familiare: città che crollano sotto eventi estremi, caos sociale e tecnologie che ridefiniscono il valore delle persone. L’autore porta queste immagini a Pistoia per i “Climate Fiction Days”, un appuntamento che mette in discussione come immaginiamo l’immediato futuro e perché ciò conta oggi per decisioni politiche e personali.
Arpaia immagina un’Italia e un’Europa divise tra chi trova riparo e chi viene lasciato indietro: dallo sprofondamento di centri storici agli assalti nelle metropoli, fino a rifugi di fortuna nei monumenti. Nel cuore del romanzo, pubblicato da Guanda nel 2026 e intitolato Il mondo senza inverno, sta la lunga emergenza climatica che convive con una rivoluzione tecnologica tanto promettente quanto rischiosa.
L’autore racconta di un mondo in cui i servizi quotidiani appaiono migliorati — droni che consegnano la spesa, dispositivi medici avanzati — ma in cui questi progressi accentuano le disuguaglianze: chi può permettersi cure e potenziamenti genetici vive in una condizione ben diversa dagli altri. Arpaia invita a guardare avanti non per alimentare l’ansia, ma per attivare risposte concrete e possibili misure di adattamento.
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Tra gli aspetti che emergono nel romanzo e nella conversazione con lo scrittore:
- Clima estremo: catastrofi naturali che modificano paesaggi urbani e abitudini quotidiane.
- Tecnologie invasive: diffusione di chip neurali e dispositivi impiantabili con potenziali usi sanitari ma anche selettivi.
- Divisione sociale: una società stratificata in categorie — i privilegiati, gli esclusi, e chi resta nel mezzo — con accesso diseguale a risorse vitali.
- Alimentazione e sopravvivenza: scelte alimentari dettate dalla scarsità e dall’innovazione (carni coltivate, alternative proteiche).
- Solidarietà intergenerazionale: la cooperazione tra giovani e anziani come risorsa per la ricostruzione sociale.
Arpaia spiega che il racconto nasce dal crocevia tra passione per le scienze e senso di urgenza: dieci anni dopo il suo primo romanzo sul tema (Qualcosa là fuori), la materia si è aggravata e il paesaggio sociale è cambiato, con l’intelligenza artificiale e i chip neurali che entrano sempre più nella vita quotidiana. Non è un invito alla paranoia, dice, ma a usare l’immaginazione per capire quali politiche e decisioni servono oggi.
Il romanzo non è una diagnosi senza speranza. Pur mostrando disillusione e rovine, mantiene aperta la possibilità di alternative più eque: lo scrittore colloca la speranza nella volontà collettiva di opporsi a una deriva di controllo totale e nella capacità di ricostruire rapporti basati su cura e mutuo aiuto.
Per il pubblico, le implicazioni sono concrete e immediate: la narrativa serve a far percepire problemi altrimenti astratti — la perdita di territori, l’inaridimento delle risorse, la selezione tecnologica delle opportunità — e può influire su come cittadini e decisori si muovono nel presente. Arpaia sottolinea la necessità di politiche pubbliche che evitino l’accentuarsi delle disuguaglianze tecnologiche e sanitarie.
La diffusione del genere climate fiction è in crescita in Italia e all’estero: autori, registi e fumettisti lo usano per rendere visibili scenari possibili e favorire consapevolezza. Secondo Arpaia, leggere e raccontare questi futuri è uno strumento per accumulare conoscenze pratiche e smontare indifferenza e pregiudizi.
Se ne parlerà nei prossimi giorni a Pistoia durante i Climate Fiction Days: un’occasione per confrontarsi su come la letteratura può contribuire a immaginare soluzioni, influenzare le scelte politiche e stimolare comportamenti pubblici più resilienti.
In sintesi, i punti chiave che il lettore dovrebbe portare con sé:
- La crisi climatica non è solo ambientale: ridefinisce relazioni sociali e tecnologiche.
- Le innovazioni mediche e digitali possono migliorare vite ma amplificare disuguaglianze se non regolate.
- Immaginare futuri possibili è un passo necessario per costruire misure di prevenzione e adattamento.












