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Scade il 1° marzo 2026 la data entro cui 37 ong devono lasciare i territori palestinesi, ma Medici Senza Frontiere annuncia che continuerà a operare dove possibile. La misura rischia di aggravare una crisi umanitaria già acuta: meno aiuti significano ospedali sotto pressione, maternità a rischio e interruzioni nei rifornimenti d’acqua.
MSF solleva l’allarme soprattutto sul tema dell’accesso: secondo l’organizzazione, le autorità israeliane — in qualità di potenza occupante secondo il diritto internazionale — hanno l’obbligo di permettere l’arrivo e la distribuzione degli aiuti. L’appello va anche ai governi stranieri, chiamati a sostenere l’applicazione delle decisioni della Corte internazionale di giustizia per evitare un ulteriore collasso dei servizi essenziali.
Accesso umanitario ostacolato e impatto immediato
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Non si tratta solo di numeri: operatori sul terreno descrivono una situazione in cui acqua potabile, riparo e cure mediche sono sempre più difficili da reperire per la popolazione civile. Le restrizioni alle consegne e i controlli più severi hanno ridotto i convogli e rallentato l’assistenza, con effetti diretti su chi ha bisogno di interventi urgenti.
In Cisgiordania la tensione è in crescita: aumento degli sfollamenti, attacchi di gruppi di coloni, demolizioni di abitazioni e ostacoli all’accesso alle strutture sanitarie rendono più fragile il sistema di cura locale. A Gaza, la violenza protratta e le limitazioni operative stanno erodendo capacità che già prima delle misure erano insufficienti.
Dati chiave sull’attività di MSF
| Indicatore | 2025 (totale) | Gennaio 2026 |
|---|---|---|
| Quota di letti ospedalieri sostenuti | 1 su 5 | |
| Parti assistiti | 1 su 3 | |
| Visite ambulatoriali | 913.284 | 83.579 |
| Visite di emergenza trattate | 40.646 | |
| Pazienti per traumi | 5.981 | |
| Litri d’acqua forniti | Oltre 700 milioni |
Conseguenze pratiche per la popolazione
- Aumento del rischio materno-infantile: meno personale e servizi ostacolati mettono in difficoltà le maternità e le cure neonatali.
- Emergenze non trattate prontamente: ritardi o blocchi nei trasferimenti possono trasformare ferite curabili in casi mortali.
- Interruzione dei servizi idrici e igienico-sanitari: minore accesso all’acqua aumenta il rischio di epidemie e problemi cronici di salute pubblica.
- Effetto moltiplicatore: la partenza di ong riduce la capacità complessiva di risposta, aggravando la pressione sulle strutture rimaste.
MSF ricorda di essere presente in Palestina dal 1988, offrendo cure mediche, supporto psicologico e programmi idrico-sanitari su vasta scala. L’organizzazione dichiara inoltre di operare sotto registrazione presso l’Autorità Nazionale Palestinese e di voler proseguire le attività “il più a lungo possibile”, pur facendo presente l’impatto delle restrizioni.
Dal punto di vista legale, il richiamo alla normativa internazionale è chiaro: la fornitura di aiuti non può essere arbitrariamente impedita da una potenza occupante. Sul piano pratico, però, l’eventuale uscita di decine di ong entro il 1° marzo potrebbe lasciare vuoti immediati nei servizi essenziali.
Per evitare un’ulteriore escalation della crisi, MSF e altre organizzazioni chiedono corridoi umanitari senza ostacoli e un impegno diplomatico più forte da parte degli Stati esteri. Il rischio, avvertono, è che una popolazione già fragile si trovi senza accesso regolare alle cure di base — una dinamica che avrebbe ripercussioni anche sulla stabilità regionale.
Chi opera sul campo definisce la situazione “catastrofica”: non è una metafora ma il risultato concreto di procedure amministrative, restrizioni di movimento e violenza continua. Finché i blocchi rimarranno, ogni giorno di ritardo nel consentire i rifornimenti significherà più vite in pericolo.












