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Un nuovo libro mette in luce come molti oggetti quotidiani — e in particolare dispositivi medici — siano stati pensati su un modello di riferimento che non rappresenta la maggioranza delle persone. Questo tema è diventato urgente oggi perché le conseguenze si misurano sulla salute, sull’accesso ai servizi e sul modo in cui progettiamo spazi pubblici e cure.
Un modello che si crede neutro
Per lungo tempo la progettazione ha adottato un utilizzatore implicito: principalmente maschile, abile e occidentale. Presentato come norma neutrale, quel modello ha invece escluso ampie fasce della popolazione, modellando prodotti e pratiche su bisogni ristretti.
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Chiara Alessi, nel volume La sedia del sadico (Laterza, 2026), ricostruisce come questa presunta neutralità abbia inciso soprattutto nella progettazione di strumenti medici. Il libro non è un manuale tecnico: è un’indagine che lega singoli oggetti a relazioni di potere consolidate e a storie spesso trascurate.
Esempi pratici e conseguenze
Un caso analizzato con attenzione è quello dello speculum, lo strumento utilizzato nelle visite ginecologiche. Nel tempo sono stati fatti interventi superficiali — nuovi materiali, piccoli ritocchi — che hanno migliorato la praticità per gli operatori ma raramente hanno considerato l’esperienza e il comfort delle pazienti.
Questo avviene perché le modifiche seguono criteri già stabiliti da chi progetta, senza ripensare le basi del progetto. Il risultato non è solo una questione estetica: riguarda dolore, accessibilità delle cure e fiducia nel sistema sanitario.
Non basta “includere” nella lista
Secondo Alessi, inserire la misura dei corpi femminili nelle specifiche non risolve il problema alla radice. Il punto è chi stabilisce i criteri e come vengono generati.
Per attivare un cambiamento significativo serve che le persone escluse prendano parte alla definizione delle priorità progettuali. Alessi cita il lavoro di Aimi Hamraie, designer queer e disabile che guida il Critical Design Lab: la proposta non è semplicemente guardare la disabilità come un caso d’uso, ma lasciare che siano le prospettive disabili a ridisegnare l’accesso stesso.
- Rinegoziare i criteri: non subire gli standard, ma crearli collettivamente.
- Co-progettazione reale: includere utenti marginalizzati in ruoli decisionali, non solo consultivi.
- Intersezionalità applicata: considerare come genere, disabilità, classe e razza si intrecciano nelle esperienze d’uso.
Intersezionalità come strumento operativo
L’intersezionalità, spiegano gli autori citati da Alessi, non è una somma di oppressioni ma un metodo per smontare strutture che si rafforzano a vicenda. Pensare di progettare “per tutte le donne” rischia di riprodurre lo stesso errore: la presunta universalità che ha escluso molte persone finora.
Applicata concretamente, questa prospettiva cambia il punto di partenza: non più un utente astratto, ma una pluralità di corpi, vissuti e bisogni che orientano le soluzioni.
Non una vendetta, ma una ricostruzione
Il libro non invoca il rovesciamento delle gerarchie per creare una contropotere oppressivo. L’obiettivo è piuttosto rimuovere le barriere che riducono la voce di chi subisce maggiormente gli effetti della cattiva progettazione, per aprire possibilità nuove di libertà e autonomia anche attraverso gli oggetti.
Alessi sottolinea che già esistono genealogie di pratiche femministe e marginali che hanno riadattato strumenti e creato soluzioni autonome: queste storie sono spesso scomparse dalla narrazione ufficiale, ma contengono risorse preziose per ripensare il design.
Cosa cambia per il pubblico
Per chi usa i servizi e i prodotti quotidiani, le implicazioni sono concrete: maggiore comfort nelle visite mediche, accesso più equo agli spazi pubblici, mezzi di trasporto e infrastrutture pensate per una gamma più ampia di corpi. Per i professionisti e i decisori significa ripensare processi, standard e priorità progettuali.
Le decisioni su come vengono progettate piazze, ospedali o sedili sui mezzi pubblici ricadono in modo diverso sulle persone: chi ha voce concreta viene toccato in misura residua dalle scelte, mentre chi è escluso subisce l’impatto. Creare un dialogo reale tra questi mondi è la sfida indicata da Alessi.
In sintesi: ripensare il design non è solo questione estetica o tecnica, ma politica e sanitaria. Se i criteri sono ridefiniti dalle persone che vivono quotidianamente le limitazioni del progetto corrente, i prodotti e gli spazi possono davvero diventare più inclusivi.












