La copertina del numero di febbraio di Altreconomia accende i riflettori su una realtà che tocca direttamente diritti, sicurezza e funzionamento dello Stato: le carceri italiane sono sovraccariche e la polizia penitenziaria fatica a reggere il sistema. Questo squilibrio, evidenziato dall’inchiesta di Luca Rondi, ha effetti concreti oggi su detenuti, agenti e sull’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione.
La fotografia più recente mostra un sistema sotto pressione: alla data del 31 dicembre 2025 i detenuti registrati sono 63.499, ovvero circa 12.222 in più rispetto alla capienza stabilita. I 189 istituti italiani ospitano numeri che superano la soglia di sicurezza, mentre il personale operativo della polizia penitenziaria è leggermente diminuito, passando da 30.054 unità nel 2024 a 29.811 nel 2025.
Il problema non è solo aritmetico. La trasformazione del corpo penitenziario in un organismo civile negli anni Novanta puntava a favorire una figura di agente più vicina alla dimensione relazionale e rieducativa del carcere. Oggi, però, la formazione recente sembra spostare l’asse verso addestramento fisico e tecnico, a discapito delle competenze comunicative e di gestione dei conflitti.
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Nel corso di formazione avviato a gennaio 2026, su un monte ore totale di 592 la quota dedicata alle cosiddette “attività addestrative” è pari al 40%, mentre le discipline relazionali e criminologiche rappresentano l’11% del programma. In pratica, alle attività di mediazione culturale e ai corsi di comunicazione vengono riservate poche decine di ore, a fronte di molte più ore dedicate a tecniche di difesa personale e all’uso delle armi.
Mimmo Sorrentino, regista che nel 2024 ha guidato un laboratorio teatrale all’interno del carcere di Vigevano, racconta un riscontro pratico: gli agenti sono spesso orientati a risolvere le criticità con la forza e si sentono impotenti di fronte a situazioni di auto-lesionismo o di crisi psicologica del detenuto — situazioni dove la forza non è affatto una soluzione.
- Detenuti (31/12/2025): 63.499
- Carceri: 189 istituti
- Personale operativo (2025): 29.811 agenti (-243 rispetto al 2024)
- Ore corso base (2026): 592 ore; 40% attività addestrative, 11% discipline relazionali
- Durata della formazione: ridotta da un anno a 4 mesi (provvedimento 2023)
- Visite in istituto programmate (2026): ridotte da 72 a 24 ore
- Decessi nel 2025: 238, di cui 79 suicidi
La compressione del tempo dedicato alla formazione e alle visite in carcere ha un impatto pratico: secondo formatori delle scuole di settore, tre giorni di affiancamento pratico in gruppo non sono sufficienti perché chi entra in servizio capisca davvero cosa significhi lavorare dentro una struttura detentiva.
Accanto alle criticità formative emergono segnali di corrosione interna: Altreconomia, attraverso richieste di accesso civico, ha raccolto i dati sui procedimenti penali che coinvolgono agenti tra il 2023 e la metà di luglio 2025. Le contestazioni comprendono un maggior numero di reati contro la Pubblica Amministrazione rispetto a quelli contro la persona; tra i reati più ricorrenti figurano lesioni, falsità, traffico di stupefacenti e perfino accuse di tortura. Nei primi sei mesi del 2025 risultano frequenti contestazioni per peculato, corruzione e agevolazione dei detenuti.
Un funzionario, che ha chiesto di restare anonimo, segnala un fenomeno ormai noto in più istituti: la presenza di mercati di stupefacenti interni che rendono il sistema vulnerabile a pratiche corruttive, soprattutto quando il personale sanitario e di polizia è poco retribuito. Queste dinamiche, secondo l’inchiesta, rendono più fragile la tenuta etica dell’istituto penitenziario.
Il ministero della Giustizia ha rifiutato più volte di fornire dati richiesti dai giornalisti, il che complica il quadro e ostacola valutazioni indipendenti sull’andamento disciplinare e penale del personale.
Perché è urgente intervenire. La combinazione di sovraffollamento, personale in diminuzione o non adeguatamente preparato e segnali di corruzione aumenta il rischio di violazioni dei diritti dei detenuti e indebolisce la sicurezza interna. I numeri dei suicidi e dei decessi nel 2025 sono un banco di prova che impone risposte concrete, non solo dibattiti teorici sulla separazione delle carriere.
Le domande aperte sono operative e immediate: come applicare l’articolo 27 della Costituzione quando gli spazi e le risorse sono insufficienti? Quali pratiche rieducative sono realistiche in condizioni di sovraffollamento? Come ripensare la formazione perché fornisca strumenti di mediazione, tutela della salute mentale e prevenzione della corruzione?
Rispondere a questi interrogativi richiede scelte politiche e investimenti mirati: revisione dei percorsi formativi, maggiore attenzione alle condizioni salariali e di lavoro, incremento degli organici e controlli trasparenti sui fenomeni corruttivi. Senza interventi tempestivi, avvertono esperti e operatori, il sistema rischia di deteriorarsi ulteriormente, con effetti che ricadranno su tutta la collettività.












