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Amnesty International ha invitato i membri della Knesset a respingere una serie di emendamenti che estenderebbero l’applicazione della pena di morte, in particolare nei confronti di persone palestinesi. La questione è tornata al centro del dibattito parlamentare nelle ultime settimane: la Commissione competente ha ripreso l’esame delle proposte agli inizi di febbraio 2026, con effetti concreti sul rispetto delle garanzie processuali.
Le proposte in discussione modificano norme sia del diritto militare applicato nella Cisgiordania sia del quadro giuridico interno, mirando ad ampliare l’elenco dei reati punibili con la pena capitale e a semplificare le procedure per la sua esecuzione.
Cosa prevedono i testi in esame
I disegni di legge, alcuni approvati in prima lettura tra novembre 2025 e il 13 gennaio 2026, introducono più punti critici: estensione della pena di morte a omicidi intenzionali commessi con l’intento di arrecare danno a cittadini o residenti israeliani; possibilità di condannare a morte imputati giudicati dai tribunali militari per reati qualificati come “atti di terrorismo” (categoria che secondo gli oppositori colpirebbe prevalentemente palestinesi); e l’adozione di procedure processuali speciali per i casi legati agli attacchi del 7 ottobre 2023.
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Capolavoro accessibile al pubblico: cosa cambia per gli appassionati
- Accesso alle informazioni: restrizioni sulla divulgazione dei dettagli relativi alle esecuzioni per motivi di “sicurezza”.
- Tribunali militari speciali: facoltà di processare e condannare usando standard probatori diversi da quelli ordinari.
- Esecuzioni in assenza di rappresentanza religiosa o magistrale: possibilità che l’esecuzione avvenga senza la presenza di figure che normalmente assistono il condannato.
Modalità di applicazione e conseguenze pratiche
Uno degli aspetti più controversi è la previsione che i giudici militari possano infliggere la pena capitale con la maggioranza semplice di tre magistrati, anche se l’accusa non avesse richiesto esplicitamente la pena di morte. Alcuni testi renderebbero obbligatoria la condanna a morte in determinate ipotesi, eliminando la possibilità di ricorso in appello in certi casi.
Le proposte prevedono inoltre che le sentenze non possano essere commutate né oggetto di grazia e che l’esecuzione venga eseguita entro novanta giorni dalla pronuncia. Secondo gli oppositori, queste misure contrasterebbero con numerose garanzie del diritto internazionale sui processi equi e aumenterebbero il rischio di esecuzioni arbitrarie.
Va ricordato che i tribunali militari in Cisgiordania hanno competenza sostanzialmente sulle persone palestinesi e straniere, mentre i coloni israeliani residenti negli insediamenti illegali vengono generalmente giudicati da corti civili all’interno di Israele. Questo dualismo giurisdizionale è centrale nelle critiche che accusano le norme proposte di creare applicazioni differenziate della legge.
La posizione di Amnesty e le implicazioni internazionali
Amnesty International ha definito le modifiche una regressione rispetto alla tendenza mondiale verso l’abolizione e ha esortato la Knesset a bocciare i testi. Erika Guevara Rosas, responsabile campagne e ricerche dell’organizzazione, ha avvertito che le nuove norme potrebbero consolidare pratiche e politiche discriminatorie contro la popolazione palestinese e indebolire le protezioni fondamentali garantite dal diritto internazionale.
Se approvati, gli emendamenti potrebbero anche segnare un cambio di rotta rispetto agli impegni presi da Israele negli anni, compresa la partecipazione alle risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che incoraggiano una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione.
Quadro storico
È utile contestualizzare: Israele non ha eseguito una pena capitale dal 1962 e aveva abolito la pena di morte per i reati ordinari nel 1954, riservandola tuttavia per crimini eccezionali come quelli previsti dalla Legge sul genocidio e per il tradimento. Critici e osservatori internazionali sottolineano che i testi in discussione rappresenterebbero un inasprimento significativo rispetto a questo storico di limitata applicazione.
Con la ripresa dell’esame parlamentare nei primi giorni di febbraio 2026, la questione resta aperta e con ricadute immediate: diritti processuali, applicazione differenziata della legge e possibili reazioni internazionali sono i principali nodi che la Knesset dovrà affrontare nei prossimi passaggi legislativi.
Per i cittadini e per le istituzioni internazionali la posta in gioco è chiara: si tratta di decidere se rafforzare strumenti che possono portare a esecuzioni rapide e senza le garanzie ordinarie, o di mantenere e consolidare le tutele previste dal diritto internazionale e dal sistema giudiziario.












