Mostra sommario Nascondi sommario
ActionAid lancia un monito: la riapertura del valico di Rafah può cambiare rapidamente la sorte dei civili di Gaza, ma soltanto se accompagnata da regole chiare e verificabili. Senza queste garanzie, avverte l’organizzazione, il punto di attraversamento rischia di non rispondere ai bisogni medici, umanitari e al diritto al ritorno dei palestinesi.
Jamil Sawalmeh, responsabile di ActionAid per i territori palestinesi, definisce il passaggio come un elemento decisivo per salvare vite e per ridurre lo sradicamento forzato. Secondo l’Ong, però, non esistono al momento criteri trasparenti su come verranno gestite le entrate e le uscite, né su quante evacuazioni mediche saranno autorizzate ogni giorno.
Una crisi sanitaria senza punti di riferimento
Il sistema sanitario a Gaza è stato praticamente distrutto, e la possibilità di curarsi dentro la Striscia è oggi estremamente limitata. I dati raccolti da ActionAid indicano che solo poche decine di pazienti al mese sono riusciti ad uscire per terapie urgenti negli ultimi mesi, una cifra infinitesimale rispetto ai bisogni reali.
Hyundai IONIQ 6 rivoluziona l’efficienza: berlina elettrica dal profilo sorprendente
Film ritirato dopo 48 ore: Teo Mammucari risponde alle accuse di Peppe Iodice
Le stime dell’organizzazione parlano di circa 20.000 persone che necessiterebbero di cure fuori da Gaza. A metà dicembre, quasi 1.200 pazienti erano morti mentre attendevano un trasferimento medico autorizzato.
Rischi legati alla gestione del valico
Preoccupano anche le informazioni sulla creazione di strutture militarizzate nei pressi di Rafah. Questi siti, ancora in costruzione secondo la nota di ActionAid, potrebbero prevedere controlli biometrici e restrizioni aggiuntive alla mobilità.
Un’escalation di misure di sorveglianza e di detenzione temporanea potrebbe trasformare il valico in un luogo di controllo sistematico piuttosto che in un corridoio umanitario: cittadini trattenuti, monitoraggi estesi e limitazioni al movimento interno della popolazione sono scenari richiamati dall’Ong come possibili conseguenze.
Impatto pratico per i civili
Le implicazioni sono concrete e immediate: accesso limitato a cure salvavita, rallentamento nell’arrivo di aiuti e beni di prima necessità, e aumento del rischio di spostamenti forzati sulla lunga durata. Senza regole chiare il valico non garantirebbe nemmeno il pieno esercizio del diritto al ritorno per le persone sfollate.
- Movimento in entrambe le direzioni: passaggi sicuri per l’uscita e l’ingresso dei civili;
- Evacuazioni mediche su larga scala: criteri definiti e numeri giornalieri vincolanti;
- Accesso umanitario e commerciale: rimozione degli ostacoli per aiuti e merci;
- Garanzie legali e trasparenza: supervisione internazionale per prevenire abusi;
- Protezione della libertà di movimento e del diritto a tornare alle proprie terre.
ActionAid chiede che chi ha presenza fisica al valico — in particolare l’Unione Europea e le autorità egiziane — eserciti la propria influenza per ottenere rispetto del diritto internazionale. Per l’Ong è essenziale che il controllo del passaggio non diventi uno strumento che accentui lo sfollamento forzato o aggravi la sofferenza delle persone.
Le richieste avanzate dall’organizzazione mirano a trasformare Rafah in un corridoio effettivo di assistenza e non in un punto di controllo che limita la mobilità, le cure e la possibilità di ricostruire vite e comunità. La porta è aperta: resta da definire chi e come ne determinerà l’uso, con quali regole e con quale supervisione.












