Sudan, Kordofan sull’orlo del collasso: allarme per milioni ignorato dalla comunità internazionale

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La guerra in Sudan si è spostata sul Kordofan del Sud, dove combattimenti, assedi e la sospensione degli aiuti hanno trasformato intere comunità in zone di sopravvivenza. L’allarme arriva dal segretario generale del Consiglio Norvegese per i Rifugiati, Jan Egeland: la situazione sul terreno sta rapidamente peggiorando e rischia di provocare una catastrofe umanitaria su vasta scala.

ROMA — Durante una visita recente, Egeland ha descritto la regione come una delle più critiche e al tempo stesso trascurate del conflitto sudanese. I civili locali segnalano attacchi diretti nelle aree dove vivono, pregano e mandano i figli a scuola, mentre le rotte di rifornimento vengono sistematicamente interrotte.

Le principali città del Kordofan meridionale, tra cui Kadugli e Dilling, stanno vedendo un collasso dei mercati: mancano cibo, contanti e servizi essenziali. Il risultato è una diffusione rapida della fame in aree che fino a poco tempo fa ospitavano economie locali funzionanti.

Assedi, saccheggi e sfollamenti

I movimenti di popolazione sono diventati massivi e disordinati. Migliaia di civili cercano salvezza percorrendo rotte pericolose verso i Monti Nuba, il bacino del Nilo Bianco, Gedaref e il confine con il Sud Sudan. Questi spostamenti, spesso attraverso fronti attivi, espongono le persone a furti, abusi e rischi di sicurezza estremi.

Testimonianze raccolte sul posto descrivono famiglie costrette a lasciare case distrutte o colpite da ordigni, talvolta quando il capo famiglia era lontano a cercare cibo. Molti sfollati riescono a raggiungere campi provvisori, dove però le condizioni restano precarie: ripari improvvisati, scarse forniture e lunga attesa per servizi come l’acqua potabile e l’assistenza sanitaria.

Bambini e servizi essenziali sotto pressione

La presenza di organizzazioni internazionali è fortemente ridotta e l’operatività umanitaria è limitata dall’accesso. Questo lascia molte attività nelle mani dei soccorritori locali, che lavorano sotto enorme pressione e con risorse insufficienti. L’NRC mantiene programmi di emergenza in alcune aree, offrendo cibo, denaro per l’emergenza, alloggi temporanei, acqua e istruzione dove possibile.

I bisogni immediati segnalati dalle famiglie includono: assistenza psicosociale, nutrizione per i bambini, supporto economico e ripristino di servizi scolastici. Senza interventi massicci e tempestivi, gli esperti temono un aggravamento irreversibile delle condizioni di vita, specialmente per i minori.

  • Accesso umanitario: corridoi sicuri e autorizzazioni per portare aiuti nelle città assediate.
  • Sicurezza alimentare: rifornimenti di emergenza per prevenire carestie locali.
  • Protezione: misure per difendere civili da attacchi e saccheggi, incluse le donne e i bambini.
  • Supporto ai soccorritori locali: finanziamenti e risorse per ONG e gruppi comunitari sul posto.
  • Servizi di base: accesso ad acqua pulita, assistenza sanitaria e istruzione d’emergenza.

Tra le cause che complicano la risposta ci sono la presenza di milizie armate, tra cui gruppi identificati come i Janjaweed, il rischio di ulteriori bombardamenti e la difficoltà delle organizzazioni internazionali a operare in sicurezza. Secondo Egeland, la finestra per evitare una crisi umanitaria ancora più grave si sta riducendo.

La dimensione umana è evidente nelle storie individuali: madri che raccolgono paglia per vendere e procurarsi poche razioni, famiglie che rimangono nei campi perché è l’unico luogo dove i figli possono accedere ad attività scolastiche gestite da ONG. Le descrizioni parlano di bambini malnutriti, traumatizzati e privati di opportunità formative.

Se la comunità internazionale non aumenta rapidamente gli aiuti e non garantisce corridoi umanitari sicuri, il rischio non è solo locale: la crisi può amplificarsi con ondate di rifugiati e instabilità che coinvolgerebbero i paesi vicini.

L’NRC continua a operare dove è possibile — a Kadugli, sui Monti Nuba e in altri punti di massima emergenza — ma chiede un impegno più deciso dall’estero per sostenere il personale locale e rifornire i campi. La sfida ora è trasformare l’allarme in azioni concrete prima che la situazione degeneri ulteriormente.

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