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Il 6 febbraio i portuali di 21 grandi scali in Europa, Mediterraneo, Stati Uniti e Sud America hanno incrociato le braccia e organizzato presidi per chiedere che i porti restino esclusi dalle logiche belliche. La protesta — che tocca scali italiani come Genova, Trieste e Livorno — punta i riflettori su temi concreti: spedizioni militari, privatizzazioni e la possibile «militarizzazione» delle infrastrutture portuali.
Cosa sta succedendo e perché conta
Il trasporto marittimo muove la quasi totalità del commercio mondiale ed è fondamentale per l’approvvigionamento di energia, materie prime e prodotti finiti. Per questo motivo la decisione dei lavoratori portuali di bloccare o contestare determinate operazioni ha ripercussioni immediate sul flusso delle merci e solleva domande su sicurezza, salari e controllo pubblico delle banchine.
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Le sigle sindacali coinvolte affermano che la mobilitazione non è solo una protesta locale: si tratta di una risposta coordinata contro politiche che, a loro avviso, trasformano i porti in strumenti della guerra e del profitto privato.
Le richieste principali dei lavoratori
- Bloccare le spedizioni di armi in uscita dai porti verso zone di conflitto o di violenza sistemica.
- Opporsi alla privatizzazione e all’automazione che, secondo i sindacati, riducono tutele, salari e posti di lavoro.
- Contrastare qualsiasi piano che miri a rendere le infrastrutture portuali funzionali a strategie militari e di riarmo.
- Chiedere misure pubbliche per tutelare diritti, salute e sicurezza dei lavoratori davanti agli effetti economici della militarizzazione.
- Sollecitare provvedimenti politici, incluso un possibile embargo commerciale su Israele da parte di istituzioni locali e nazionali, secondo alcuni promotori della protesta.
Chi ha aderito
All’azione hanno dato adesione organizzazioni nazionali e internazionali: tra le sigle presenti figurano sindacati portuali di Grecia, Paesi Baschi, Turchia e Marocco, insieme a coordinamenti globali come il International Dockworkers Council e federazioni sindacali internazionali.
Arrivano inoltre segnali di sostegno da movimenti e organizzazioni negli Stati Uniti e in Sud America, con iniziative locali che vanno dall’azione di gruppo «Stop US‑Led War» a mobilitazioni sindacali in città come Minneapolis, Bogotà e diverse aree del Brasile.
In Italia: il calendario delle iniziative
Nel nostro Paese le convocazioni comprendono presidi e sit‑in in molte città portuali; gli orari e i luoghi comunicati dagli organizzatori per la giornata del 6 febbraio sono i seguenti:
- Genova — ore 18:30, varco San Benigno
- Livorno — ore 17:30, piazza dei Quattro Mori
- Trieste — ore 17:30, presso l’autorità portuale
- Ravenna — ore 15:00, Via Antico Squero 31 (Autorità Portuale)
- Ancona — ore 18:00, piazza del Crocifisso
- Civitavecchia — ore 18:00, piazza Pietro Guglielmotti
- Salerno — ore 17:00, varco principale del porto
- Bari — ore 16:00, terminal porto
- Crotone — ore 17:30, piazza Marinai d’Italia (entrata porto)
- Palermo — ore 16:30, varco Santa Lucia
- Cagliari — ore 17:00, via Roma (lato porto)
Proteste in Europa e oltre
La mobilitazione coinvolge anche scali europei come Pireo, Elefsina, Bilbao, Pasaia/San Sebastián, Mersin e Tangeri (quest’ultimo condizionato dalle condizioni meteo). In alcune città portuali sono previste manifestazioni e blocchi simbolici presso terminal o ingressi principali.
In Germania, per esempio, sono state annunciate iniziative ad Amburgo e Brema; a Marsiglia sindacalisti e portuali si incontrano davanti al porto commerciale di Fos‑de‑Mer per un presidio di solidarietà.
Impatto pratico e prospettive
Nel breve termine la mobilitazione può generare rallentamenti logistici e creare pressioni politiche sui governi locali e nazionali perché chiariscano regole su merci sensibili e appalti portuali. Sul piano politico i sindacati intendono utilizzare la giornata per allargare il dibattito su privatizzazioni e investimenti pubblici nei porti.
Resta da vedere se l’iniziativa porterà a negoziati permanenti o a interventi normativi: molto dipenderà dalla capacità dei sindacati di mantenere unità e dall’eco che le proteste avranno nei media e nelle cancellerie europee.
Come seguire la giornata
Gli organizzatori italiani hanno annunciato dirette sui canali social del sindacato USB con collegamenti dalle piazze e interventi internazionali a partire dal pomeriggio e fino alla sera. Diversi centri urbani interessati aggiornano in tempo reale orari e modalità delle azioni.
La mobilitazione del 6 febbraio è dunque più di uno sciopero settoriale: secondo i promotori vuole essere un segnale contro l’uso dei porti nella catena di rifornimento bellica e contro meccanismi economici che, dicono, erodono diritti e controllo pubblico sulle infrastrutture strategiche.












