Identità sotto assedio: il confine che non guarisce

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All’alba del 5 agosto 2025 un cartello offensivo appeso alla targa del consolato sloveno a Trieste ha trasformato un atto vandalico in un segnale: il passato dell’Adriatico è ancora terreno di conta politica e nutrimento per tensioni nazionaliste. Il nuovo libro di Gianni Cuperlo, La frontiera ferita, prende questo spunto per riflettere su come memoria, identità e politica si intreccino oggi in modo pericoloso.

Il fiume della memoria

Cuperlo non scrive un saggio accademico: il libro mescola racconto personale, documentazione storica e analisi civile. Ripercorrendo le vicende della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, porta il lettore a guardare la storia come un corso d’acqua pieno di risacche, non come una linea netta che separa un prima da un dopo.

Da quella geografia emergono ferite concrete: le politiche di italianizzazione del fascismo, le violenze delle foibe, l’esodo delle comunità slave e italiane. Cuperlo ricorda episodi quotidiani — un insulto ascoltato da bambino a Trieste — per mostrare che l’identità in quelle terre è sempre stata vissuta sul piano linguistico e materiale, non soltanto simbolico.

Al centro del libro c’è una distinzione utile: il confine come barriera amministrativa e la frontiera come luogo di sovrapposizioni culturali. È da questa differenza che prende corpo la critica più interessante del testo: ridurre la storia a slogan o a date commemorative può essere strumentale e pericoloso.

Giorno del Ricordo: commemorare senza strumentalizzare

Cuperlo affronta il tema del Giorno del Ricordo senza semplificazioni: riconosce la sofferenza delle vittime e degli esuli, ma avverte che trasformare la ricorrenza in battaglia politica annulla la possibilità di una memoria pubblica condivisa. Citando storici come Raoul Pupo, rimette in discussione l’idea di ricostruire il Novecento chiudendosi in una sola narrazione nazionale.

Il rischio, secondo l’autore, è che l’identità nazionale diventi uno strumento di esclusione: quando il sentimento di appartenenza si sovrappone alla pretesa di purezza etnica, la strada verso l’intolleranza si fa breve. Posti come Trieste sono un monito pratico: la convivenza è stata per secoli un fatto quotidiano, ma può essere cancellata dalla retorica politica.

Voci dai margini

Cuperlo dà spazio a chi ha vissuto la frontiera sulla propria pelle. Figure come Boris Pahor, Anna Maria Mori e Nelida Milani emergono come testimoni che rifiutano di trasformare l’esilio in un manifesto di parte: la loro è una testimonianza esistenziale, fatta di perdita e di resistenza morale.

Questi racconti sottolineano un punto chiave del libro: la politica non può limitarsi a rivendicazioni d’identità. La memoria diventa utile solo se serve a costruire pratiche civili, non a giustificare vendette o revisionismi.

  • Memoria storica: serve contestualizzazione, non rituali senza riflessione.
  • Identità: rischia di diventare esclusiva se ridotta a etnia o sangue.
  • Politica: dovrebbe promuovere cittadinanza e diritti, non divisioni.

Stato, repubblica e parole da evitare

Una proposta pratica che attraversa il libro riguarda il linguaggio: Cuperlo suggerisce di usare con cautela parole come “patria” o “nazione”, e di preferire concetti costituzionali come stato e repubblica. L’avvertimento è politico: termini che richiamano sangue e parentela hanno più probabilità di alimentare narrazioni escludenti.

Nel contesto europeo — che molti immaginavano oltre le frontiere ma che si confronta con nuove tensioni geopolitiche — la proposta diventa una questione pratica: promuovere laicità, diritto e coesistenza invece di nostalgie identitarie.

Per Cuperlo la sfida è chiara: non trasformare la storia in calendario. È un invito a “storicizzare le date”, cioè a inserire ogni ricorrenza in un quadro critico più ampio, evitando la ritualizzazione che finisce per blindare i sentimenti e rimuovere la complessità.

La frontiera ferita non si limita a denunciare; propone un cambio di sguardo. Invece di erigere barriere simboliche, suggerisce di lavorare su una cultura della convivenza che riconosca le ferite senza usarle come arma politica.

Per i lettori oggi la posta in gioco è concreta: capire come la memoria pubblica venga modellata influenzerà decisioni su politiche locali, istruzione e immigrazione. In un’epoca in cui i simboli possono spingere all’azione, la lettura di Cuperlo è un monito pratico per chiunque si occupi di politica, scuola o media.

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