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Un carotaggio profondo sotto la calotta groenlandese ha rivelato che una vasta porzione di roccia è rimasta esposta oltre 7.000 anni fa, un segnale del passato che mette in discussione alcune certezze sui limiti della resistenza del ghiaccio. La scoperta, ora pubblicata su Nature Geoscience, assume rilevanza immediata perché le condizioni climatiche retracciate somigliano a quelle previste nei prossimi decenni.
Il pozzo che ha raggiunto il substrato
Nel 2023 il progetto GreenDrill, guidato dall’Università di Buffalo, ha perforato più di 500 metri di ghiaccio nel nord-ovest della Groenlandia per raggiungere la base del ghiacciaio. Il sito interessato è la vasta cupola conosciuta come Prudhoe Dome, un’area interna di circa 2.500 chilometri quadrati che finora si presumeva fosse rimasta permanentemente ghiacciata per lunghi periodi.
I campioni prelevati dal substrato contengono sedimenti che raccontano una storia diversa: minerali che mostrano segni di esposizione alla luce solare, ovvero che la superficie rocciosa è rimasta libera dal ghiaccio in un intervallo di tempo preciso.
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Come sono state datate le tracce
Gli autori dello studio hanno utilizzato la tecnica della luminescenza otticamente stimolata per stabilire quando i granuli minerali sono stati esposti per l’ultima volta alla luce. I risultati indicano che la deglaciazione locale è avvenuta circa 7.100 anni fa, durante l’Olocene inferiore.
In quel periodo, spiegano i ricercatori, le temperature medie nella regione risultavano tra i 3 e i 5 °C più alte rispetto a oggi. Questo dettaglio è cruciale perché mostra che porzioni significative della calotta possono scomparire con scostamenti termici che non appaiono irrevocabilmente lontani dalle proiezioni climatiche future.
Perché conta adesso
Il fatto che una porzione così estesa, non marginale, sia stata un tempo libera dal ghiaccio solleva dubbi sulla stabilità complessiva della calotta groenlandese. Segnali recenti sul terreno confermano un indebolimento strutturale: nelle aree limitrofe sono stati documentati ampliamenti di fratture dell’ordine del 25% in pochi anni, un indice di crescente vulnerabilità.
- Impatto sulla previsione del livello del mare: la perdita di massa anche di grandi settori interni potrebbe accelerare il contributo della Groenlandia all’innalzamento globale dei mari.
- Feedback climatici: il ritiro del ghiaccio modifica l’albedo e può amplificare il riscaldamento locale, con effetti a catena su correnti e modelli meteorologici.
- Incertezza nei modelli: le osservazioni suggeriscono che gli attuali modelli climatici potrebbero sottostimare la sensibilità di porzioni estese della calotta a condizioni relativamente calde.
- Monitoraggio necessario: i dati sottolineano l’urgenza di nuove perforazioni, sorveglianza satellitare e integrazione tra geologia e modellistica climatica.
Jason Briner, responsabile del progetto, avverte che le proiezioni climatiche portano l’Artico verso condizioni termiche confrontabili con quelle dell’Olocene. Se queste previsioni si concretizzeranno, lo storico ritiro del Prudhoe Dome potrebbe ripetersi in scala e tempi diversi, con ricadute che travalicano i confini groenlandesi.
Per ora lo studio mette sul tavolo dati diretti — non semplici simulazioni — che spingono a rivedere la fragilità di settori interni della calotta. La combinazione di evidenze geologiche e tendenze attuali rafforza l’urgenza di aggiornare scenari climatici e piani di adattamento.
In sintesi: la Groenlandia ha già sperimentato, in epoche recenti dal punto di vista geologico, condizioni capaci di far arretrare masse di ghiaccio estese. Capire come e quanto velocemente ciò possa ripetersi è oggi una priorità per la scienza climatica e per chi si occupa delle conseguenze globali.












