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Restrizioni imposte alle ong nel stato di Jonglei, nel Sud Sudan, stanno mettendo in pericolo pazienti in condizioni critiche e aggravando una già grave emergenza umanitaria. Secondo Medici Senza Frontiere, dall’ultima settimana di dicembre l’accesso alle cure e la fornitura di medicinali sono fortemente limitati, con conseguenze immediate per migliaia di persone.
Gul Badshah, responsabile delle operazioni per MSF, avverte che ogni ritardo nei trasferimenti o nella consegna di materiali sanitari può trasformarsi in una condanna evitabile. L’organizzazione chiede il ripristino di un pieno accesso umanitario per consentire evacuazioni mediche, rifornimenti e la rotazione del personale.
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Le misure restrittive introdotte il 30 dicembre hanno limitato movimenti e interventi sul territorio, impedendo alle cliniche di operare con la normale capacità. In aree come Lankien e Pieri, le strutture di MSF sono ridotte a fornire soltanto terapie d’emergenza salvavita, mentre attività ordinarie e preventive sono sospese o drasticamente ridotte.
Prima delle restrizioni, a Lankien e Pieri si registravano rispettivamente circa 1.000 e 700 visite settimanali; i due centri servono una popolazione complessiva stimata in circa 250.000 persone. Oggi gran parte di quelle prestazioni non è più garantita, aumentando il rischio per donne, bambini e feriti.
- Riduzione degli interventi chirurgici programmati e delle cure ambulatoriali;
- Interruzione degli screening per malnutrizione tra i bambini;
- Difficoltà logistiche per la consegna di farmaci e attrezzature;
- Impossibilità di trasferire in sicurezza pazienti critici verso strutture attrezzate;
- Personale medico costretto a turni prolungati o a sospendere l’attività.
Impatto concreto sul campo
Nel 2025 MSF ha registrato numeri che mostrano l’ampiezza dell’assistenza già fornita: oltre 830.000 visite ambulatoriali, assistenza ospedaliera per più di 93.000 pazienti e circa 12.000 interventi chirurgici, con screening nutrizionali rivolti a oltre 100.000 bambini. Con le restrizioni in atto, gran parte di questa attività rischia di fermarsi.
L’insicurezza ha generato anche nuovi sfollamenti: decine di migliaia di persone si sono allontanate verso aree remote per sfuggire ai bombardamenti e ai combattimenti. Molti sono tornati, ma numerosi nuclei familiari —soprattutto donne e minori— restano senza accesso a cure primarie e servizi essenziali.
Perché la guerra continua
Il conflitto in Sud Sudan nasce da una combinazione di rivalità politiche, interessi economici legati alle ricchezze naturali (dal petrolio all’oro, dal teak all’acqua) e profonde fratture etniche tra gruppi come i Dinka e i Nuer. Dopo l’indipendenza dal Sudan nel 2011, le tensioni sono esplose ripetutamente, trasformandosi in cicli di violenza che hanno eroso la fiducia nelle istituzioni.
La presenza di oleodotti che attraversano il Sudan complica ulteriormente la situazione: la dipendenza delle esportazioni petrolifere da infrastrutture estere ha alimentato dispute e ricatti economici, con interruzioni delle estrazioni come strumento di pressione politica.
Attori regionali e potenze esterne hanno inoltre appoggiato fazioni opposte, sfruttando la fragilità del paese per ottenere vantaggi strategici e commerciali. Il risultato è un quadro di conflitto prolungato che difficilmente si risolve senza interventi multilaterali e tutela dell’interesse civile.
La dimensione sociale ed economica
Il Sud Sudan rimane tra i paesi più poveri al mondo: circa l’80% della popolazione vive con meno di 2,15 dollari al giorno e la speranza di vita si attesta intorno ai 57 anni. Questi numeri spiegano perché l’interruzione dei servizi sanitari abbia effetti così rapidi e devastanti sulla vita quotidiana della popolazione.
Ogni giorno di blocco aumenta il rischio di mortalità evitabile e di disabilità permanente per patologie che, altrove, si curano con procedure di routine. Per le organizzazioni umanitarie la priorità resta ottenere garanzie operative e il rispetto del diritto internazionale umanitario.
Senalare gli ostacoli e chiedere vie sicure per i pazienti non è solo una richiesta tecnica: è una questione che determina il confine tra cura e abbandono. Nel breve termine, la comunità internazionale e le autorità locali devono permettere il passaggio di personale, rifornimenti e mezzi, per evitare che l’attuale crisi sanitaria diventi una catastrofe umanitaria su scala ancora maggiore.












