Iran: riduttivo interpretare gli eventi come una semplice lotta per le libertà

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Le manifestazioni che scuotono l’Iran restano sotto i riflettori internazionali, ma la lettura di un operatore umanitario con lunga esperienza nei diritti delle donne mette in guardia: la realtà delle piazze è frammentata e le conseguenze politiche potrebbero divergere nettamente dalle aspettative di chi spera in una transizione democratica immediata.

Luca Lo Presti, presidente della Fondazione Pangea, offre una lettura pragmatica della situazione: ciò che vediamo in strada non esprime necessariamente la totalità della società iraniana e le forze in campo non sono solo “popolo contro regime”.

Chi scende davvero in piazza?

Le proteste registrano partecipazione significativa di giovani e di settori urbani, ma mancano elementi che normalmente indicano una crisi sociale profonda: i quartieri marginali, le classi più povere e molte delle minoranze etniche. L’assenza di queste componenti indebolisce la caratterizzazione delle manifestazioni come una sollevazione di massa capace di rovesciare l’assetto esistente.

In particolare, non appaiono in primo piano le comunità curde, baluchi e arabe iraniane, storicamente sensibili alle fratture dello Stato. Senza il loro coinvolgimento, il movimento rischia di restare circoscritto e di non incanalare le richieste sociali più pressanti.

Potere reale e interessi consolidati

Secondo Lo Presti, la vera leva del sistema continua a essere nelle mani dei corpi di sicurezza e di settori economici legati ai Pasdaran. Queste forze detengono strumenti decisivi nel controllo dell’economia e della politica: non si tratta soltanto di repressione, ma di interessi radicati che non si cancellano con il semplice mutamento della leadership.

Di conseguenza, il conflitto interno si presenta come una lotta tra fazioni diverse — non necessariamente orientate verso la democratizzazione — che cercano di rimodellare gli equilibri interni al sistema.

Donna, Vita, Libertà resta uno slogan potente e nato da una ferita autentica, ma oggi il suo significato può risultare diluito: la formula viene ripresa da attori con motivazioni diverse, incluse componenti economiche e imprenditoriali che lamentano danni e cercano spazio politico.

Chi governerebbe domani?

Un punto cruciale sollevato dall’analisi è la domanda su chi prenderebbe il potere in caso di caduta del governo attuale. La storia recente iraniana rende prudenti: promesse di elezioni libere provenienti anche da esuli e opposizioni rischiano di ricalcare dinamiche passate, quando speranze di apertura sono state sostituite da nuove forme di controllo.

Per Lo Presti, la lezione è chiara: l’abbattimento di un regime non garantisce automaticamente una transizione verso istituzioni che rispondano ai bisogni dei più vulnerabili.

Il ruolo delle potenze esterne

È plausibile ritenere che attori stranieri osservino e tentino di sfruttare i segnali di debolezza: tensioni interne diventano leve di pressione geopolitica. Non è questione di “telecomandare” le rivolte, ma di influenzare, accelerare o orientare processi che spesso producono esiti imprevisti rispetto alle intenzioni iniziali degli osservatori esterni.

Questo elemento complica ulteriormente qualsiasi previsione sulla traiettoria politica del Paese e aumenta il rischio che la fase in corso si traduca in un nuovo autoritarismo, forse più moderato nell’immagine ma non per questo più attento alle esigenze della popolazione.

Cosa significa per la società iraniana e per l’esterno?

  • Diritti delle donne: la causa resta centrale ma può essere strumentalizzata se non accompagnata da una partecipazione ampia e inclusiva.
  • Stabilità regionale: ogni frattura interna è subito convertita in variabile geopolitica, con effetti su diplomazia e sicurezza.
  • Aiuti umanitari e cooperazione: la presenza limitata dei più vulnerabili nelle protesta segnala la necessità di programmi mirati e indipendenti dalle logiche politiche.
  • Migrazione e rifugiati: scenari di repressione o di ricomposizione autoritaria potrebbero alimentare nuovi flussi migratori.

In definitiva, l’analisi invita alla prudenza: la speranza di cambiamento non deve confondere l’urgenza di includere chi soffre maggiormente e di immaginare transizioni che non siano semplici sostituzioni di élite. Finché le istanze sociali più fragili non saranno parte attiva delle mobilitazioni, qualsiasi trasformazione rischia di restare incompleta o di essere guidata da interessi che poco hanno a che vedere con la vita quotidiana della popolazione.

Analisi di Luca Lo Presti, presidente della Fondazione Pangea

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