rom e sinti: 7.000 bambini costretti a vivere in baracche

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Il più grande insediamento informale d’Italia rimane un’emergenza che coinvolge soprattutto i minori e richiede una risposta nazionale. A Giugliano in Campania, nel campo di via Carrafiello, le condizioni di vita e i dati sanitari e scolastici spingono l’Associazione 21 luglio a chiedere un intervento straordinario del Governo con un orizzonte temporale chiaro: cinque anni.

Un caso simbolo: via Carrafiello

Il campo di via Carrafiello è indicato come il più esteso nel Paese: circa 545 persone vi abitano, con una quota significativa di bambini. Per l’Associazione 21 luglio, guidata da Carlo Stasolla, si tratta di “il peggior luogo dove far nascere e crescere un bambino” nel contesto italiano, per la mancanza di servizi e le condizioni igienico-sanitarie.

Questa critica si inserisce in un quadro più ampio: gli insediamenti monoetnici sorti dalla metà degli anni Ottanta come risposta all’arrivo di famiglie provenienti dall’Europa orientale non sono stati eliminati. L’ultimo insediamento autorizzato è del 2018 (Afragola), mentre i processi di chiusura dei ghetti sono in corso da anni.

Numeri chiave

  • 98 campi attivi oggi in Italia (dal picco di ~260 nel 2010).
  • 18 insediamenti in via di chiusura.
  • Circa 12.000 persone ancora residenti nelle baraccopoli, di cui circa 7.000 sono minori.
  • Via Carrafiello: ~545 residenti, metà dei quali bambini.

Impatto su salute e istruzione

Le condizioni di vita nei campi pesano in modo concreto sulle prospettive dei giovani. Secondo l’associazione, la percentuale di chi completa la terza media si attesta su livelli molto bassi e i rischi di malattie croniche legate alla povertà (dal diabete ai problemi dermatologici e cardiovascolari) sono elevati.

Queste criticità non restano lontane dalla vita quotidiana: poco igiene, scarsa assistenza sanitaria e ambienti sovraffollati ostacolano il percorso scolastico e aumentano la vulnerabilità dei bambini.

Una tragedia recente e il tema della mortalità precoce

La questione si è riaccesa anche per eventi recenti. Nel campo di Sandrigo (Veneto) un neonato è deceduto a pochi mesi di vita, episodio che le associazioni collegano alle condizioni strutturali e all’accesso limitato ai servizi sanitari. Per gli operatori, finché la residenza rimane in una baracca, ogni sforzo educativo è fortemente compromesso.

Perché serve un piano nazionale

Finora molte iniziative sono state portate avanti a livello locale, con risultati disomogenei. L’Associazione 21 luglio sostiene che serva un programma statale straordinario per coordinare risorse e interventi, con l’obiettivo di superare definitivamente gli insediamenti in cinque anni. Il tema sarà al centro di un convegno in Senato il 3 febbraio, dove Stasolla interverrà per illustrare proposte operative.

Alcuni Comuni hanno già annunciato piani locali: Roma, per esempio, ha dichiarato l’intenzione di eliminare i cinque campi ancora esistenti entro tre anni. Ma, secondo le associazioni, senza un impegno nazionale sistematico il cambiamento resterà parziale.

Ostacoli sul territorio: degrado e criminalità

Nel territorio della Città metropolitana di Napoli la situazione è particolarmente complessa: quattordici baraccopoli ospitano circa tremila persone, oltre la metà sono minori. Oltre alla carenza di servizi, gli operatori denunciano che la presenza di organizzazioni criminali può ostacolare i processi di ricollocazione.

Le baraccopoli vengono segnalate come luoghi in cui la microcriminalità può trovare nuovi reclute e dove avvengono pratiche illecite come lo smaltimento abusivo di rifiuti. Questo rende più difficile il percorso di integrazione e aumenta il rischio per la salute pubblica delle aree limitrofe.

Quali sono le conseguenze per i cittadini

La permanenza di insediamenti degradati ha ricadute non soltanto sulle persone che vi abitano ma sull’intera collettività: maggiore pressione sui servizi sanitari, difficoltà di inclusione sociale e potenziali tensioni legate alla sicurezza urbana. Un piano nazionale potrebbe ridurre questi impatti attraverso politiche abitative, percorsi di inclusione scolastica e programmi sanitari mirati.

La posta in gioco è alta: si tratta di trasformare spazi di marginalità in percorsi di autonomia, garantendo diritti fondamentali a centinaia di bambini e giovani.

Il dibattito si sposterà a livello parlamentare nei prossimi giorni. Per le organizzazioni civiche e molte amministrazioni locali la priorità è ora definire risorse, tempi e modalità per avviare concretamente il superamento degli insediamenti.

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