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Il 18 dicembre la Commissione Attività produttive della Camera ha eliminato il capitolo del ddl sulle PMI che introduceva uno “scudo” per i grandi marchi della moda: una scelta che riapre il dibattito sulla responsabilità delle aziende nelle filiere tessili e rimanda ora il testo al Senato per una nuova valutazione. La decisione rappresenta una vittoria per le organizzazioni che da anni chiedono maggiore trasparenza e tutele per i lavoratori del settore.
ROMA — La soppressione del Capo VI del disegno di legge annuale sulle Piccole e Medie Imprese riguarda una proposta che introduceva un regime di certificazione unica di conformità per la filiera della moda, concepito per favorire tracciabilità, standard lavorativi e sostenibilità. Quel meccanismo, però, era al centro di aspre critiche: secondo i detrattori avrebbe potuto limitare forme di responsabilità penale per i grandi brand coinvolti nelle catene produttive.
La cancellazione è stata accolta con soddisfazione dalla Campagna Abiti Puliti, una delle quattordici coalizioni nazionali italiane legate alla Clean Clothes Campaign europea, che da anni lavora per migliorare le condizioni di lavoro lungo le filiere tessili globali.
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Dietro il provvedimento c’è una mobilitazione organizzata: oltre quaranta associazioni della società civile e sindacati hanno firmato un appello pubblico e migliaia di cittadini si sono mobilitati online e nelle piazze. La petizione citata dagli attivisti ha raccolto più di 3.500 firme, un segnale che — secondo le organizzazioni coinvolte — ha inciso sulla scelta politica.
Perché la decisione conta oggi
La questione è rilevante perché mette in gioco la possibilità di tenere i marchi responsabili per pratiche che avvengono a monte nelle catene di approvvigionamento: salari sotto la soglia di sopravvivenza, diritti sindacali negati e condizioni lavorative pericolose restano problemi concreti nella produzione tessile internazionale. La rimozione del Capo VI evita, per ora, che una normativa percepita come troppo protettiva verso le imprese diventi legge.
Il testo dovrà tornare al Senato per essere riesaminato: sarà quindi possibile modificare, reinserire o riscrivere le norme contestate. Nel frattempo, la vicenda ha acceso l’attenzione pubblica sul tema della regolamentazione volontaria rispetto a regole vincolanti per le imprese.
Le prossime mosse della Campagna
Nel 2026 Abiti Puliti prevede di intensificare le attività di informazione e denuncia. Tra le iniziative programmate figurano pubblicazioni e ricerche destinate a mettere in luce pratiche come il greenwashing e a proporre vie per una transizione più equa nel settore.
- Due volumi editoriali: uno curato dalla Campagna in collaborazione con Altreconomia e un altro intitolato Le trame del lusso (ADD Editore), con contributi e prefazioni dedicate al tema.
- Un rapporto investigativo sul fenomeno del greenwashing nell’industria tessile del Bangladesh, per documentare pratiche di sostenibilità apparente.
- La presentazione di un Manifesto per una transizione giusta nella moda, con proposte politiche e criteri di responsabilità per aziende e istituzioni.
Questa agenda punta a consolidare l’azione civica come fattore di pressione sulle decisioni legislative, trasformando il consenso pubblico in argomentazioni tecniche e proposte concrete. L’efficacia di tale strategia dipenderà però anche dall’esito dei passaggi parlamentari ancora aperti.
In assenza di misure più stringenti, il dibattito rimane aperto: la scelta tra strumenti volontari e obblighi normativi continua a essere cruciale per chi chiede che i diritti dei lavoratori e la trasparenza delle filiere non restino solo dichiarazioni d’intenti.












