Ogm: deregolamentazione apre nuovi rischi, scatta l’opposizione

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La diffusione delle colture geneticamente modificate sta assumendo una portata globale che tocca produzione, regolamentazione e diritti dei consumatori. La novità più recente — una modifica normativa dell’Unione Europea approvata lo scorso 4 dicembre — cambia il modo in cui molti paesi classificano e controllano le piante ottenute con tecniche più recenti di manipolazione del DNA, con ricadute immediate sulla trasparenza e sulla sovranità alimentare.

In diverse aree del mondo le coltivazioni transgeniche sono ormai radicate: il cotone Bt domina l’appezzamento in India, vaste estensioni di mais e soia sono occupate da piante modificate in Sudafrica e la melanzana Bt ha visto un’adozione rapida in Bangladesh. Anche l’America Latina ha aperto la strada alla deregolamentazione delle tecniche più recenti, con l’Argentina e il Brasile tra i primi paesi ad abbassare le soglie di controllo.

Un cambiamento normativo che modifica la partita

La decisione del Trilogo UE distingue ora tra due categorie di piante derivate da nuovi approcci genetici: alcune considerate assimilabili alle varietà tradizionali, altre soggette a una normativa più rigorosa. L’Italia ha già inserito la sperimentazione accelerata di queste tecniche in un decreto sulla siccità (D.L. 39/2023), anticipando tempistiche che per i critici aprono la porta a una diffusione rapida senza adeguata informazione pubblica.

Per chi avversa la deregolamentazione, questo non è un dettaglio tecnico: significa che molte piante ottenute con gene editing o altre Ngt potrebbero non comparire in etichetta e circolare sul mercato con controlli ridotti. Secondo il rapporto promosso da Navdanya International, guidato dai contributi di attivisti e ricercatori, la scelta normativa orienta peso politico ed economico verso una gestione più privata del vivaismo e delle sementi.

Questioni scientifiche e rischi emersi

La comunità scientifica segnala incertezze sui potenziali effetti a lungo termine: non mancano studi che evidenziano alterazioni genetiche inattese, cambiamenti metabolici e instabilità cromosomica in piante trattate con tecniche di editing. A livello pratico, in diversi casi le varietà promesse come “resistenti” non hanno garantito rese superiori né profili nutrizionali stabili.

Tra i problemi osservati: contaminazione di coltivazioni non modificate (in Messico una porzione significativa del mais autoctono è stata trovata contaminata), perdita di biodiversità e la diffusione di piante che tollerano erbicidi, con conseguente proliferazione di infestanti più difficili da controllare.

  • Impatto ambientale: riduzione della diversità genetica e rischio di contaminazione incrociata.
  • Salute e nutrizione: profili nutrizionali variabili e mancanza di studi a lungo termine risolutivi.
  • Economia e proprietà: estensione dei regimi brevettuali su sequenze e tratti, con maggiore controllo da parte di grandi aziende agrochimiche.
  • Trasparenza: possibile esenzione dall’etichettatura per molte Ngt, riducendo la capacità dei consumatori di scegliere.

La preoccupazione principale sollevata dai movimenti di agricoltori e dalle organizzazioni per la tutela dell’ambiente è che la deregolamentazione finisca per consegnare sementi e tecnologie nelle mani di pochi attori globali, comprimendo pratiche locali e sistemi agricoli diversificati.

Mobilitazioni e risposte concrete

La reazione non è rimasta confinata ai tavoli tecnici: reti di contadini, comunità indigene, ONG e gruppi di consumatori stanno mettendo in campo azioni legali, campagne informative e mobilitazioni pubbliche per contrastare l’espansione incontrollata delle tecnologie genetiche. In alcuni paesi si sono già ottenuti limiti o divieti: Ecuador e Venezuela inseriscono restrizioni costituzionali, mentre il Messico ha adottato dal 2025 norme stringenti sul mais Ogm.

Alcune nazioni africane e asiatiche hanno introdotto moratorie o regole cautelative; in altri casi, invece, la pressione per adottare piante modificate viene sostenuta da investimenti di grandi fondazioni e industrie biotech, che presentano queste colture come risposta rapida ai problemi legati al clima e alla sicurezza alimentare.

Il confronto politico è aperto in Europa: da una parte gli interessi industriali spingono per regole meno vincolanti, dall’altra le coalizioni per la democrazia alimentare — che riuniscono associazioni ambientaliste, agricoltori biologici e consumatori — chiedono il mantenimento del principio di precauzione, la tracciabilità e l’etichettatura obbligatoria.

La posta in gioco è alta e immediata per i cittadini: scegliere se affidare la produzione alimentare a logiche brevettuali e mercati globali o rafforzare tutele che preservino biodiversità, trasparenza e autonomia agricola.

Come sottolinea il genetista Salvatore Ceccarelli, la diversità genetica delle colture è alla base della resilienza e della produttività nel lungo periodo; preservarla significa anche proteggere la qualità della dieta e la capacità degli ecosistemi agricoli di adattarsi ai cambiamenti.

Nel breve termine, la decisione dell’UE e le scelte nazionali — inclusa l’operatività italiana — determineranno quali prodotti arriveranno sugli scaffali, che informazioni accompagneranno l’acquisto e chi controllerà le sementi. Per questo motivo il dibattito non è teorico: riguarda diritti, scelte di consumo e il futuro della produzione alimentare.

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