Pfas, Miteni: condanna per i manager dopo il silenzio sull’inquinamento

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Le motivazioni della sentenza sul caso PFAS di Trissino, rese pubbliche nei giorni scorsi, accusano la fabbrica Miteni di aver conosciuto la contaminazione delle acque e di non averla comunicata alle autorità. La decisione, che ha portato a una condanna complessiva di 141 anni per 11 dirigenti, riapre il dibattito sulle responsabilità industriali e sulle garanzie per la salute pubblica in Veneto.

Che cosa dicono le motivazioni

Secondo la Corte d’Assise di Vicenza, le oltre 2.000 pagine depositate spiegano dettagliatamente come la società sia stata informata della presenza di composti perfluoroalchilici e non abbia intrapreso le necessarie comunicazioni o azioni correttive. I giudici descrivono una gestione che, a loro avviso, ha privilegiato il profitto rispetto alla tutela ambientale.

La sentenza, pronunciata lo scorso 26 giugno, riguarda dirigenti dell’ex stabilimento di Trissino e figura anche la responsabilità di società multinazionali coinvolte nell’epoca produttiva, fra cui Icig e Mitsubishi. Il processo, durato quattro anni, ha visto la costituzione di oltre trecento parti civili tra cittadini e enti pubblici.

Impatto pratico: chi ha ottenuto risarcimenti

La Corte ha riconosciuto risarcimenti a enti nazionali e locali oltre che a molte persone fisiche. Le somme attribuite riflettono sia danni ambientali sia spese sostenute dalle istituzioni per la gestione dell’emergenza.

  • Ministero dell’Ambiente: circa 58 milioni di euro;
  • Regione Veneto: 6,5 milioni di euro;
  • ARPAV (agenzia regionale): 800.000 euro;
  • Comuni, gestori idrici e la Provincia di Vicenza hanno ricevuto ulteriori ristori;
  • Per le persone fisiche i risarcimenti stabiliti vanno indicativamente dai 15.000 ai 20.000 euro.

Queste cifre fanno parte del dispositivo che accompagna le motivazioni: ora gli avvocati della difesa valuteranno se presentare appello in Corte d’Appello, decisione che potrebbe cambiare i contorni giudiziari della vicenda nei prossimi mesi.

Contesto e reazioni

Il caso era emerso nel 2013, quando rilevazioni ministeriali avevano segnalato concentrazioni preoccupanti di PFAS nelle acque potabili di vari Comuni del Veneto. Da allora diverse associazioni ambientaliste — tra cui il movimento noto come Mamme No Pfas — hanno mantenuto alta l’attenzione mediatica e politica sulla questione.

La contaminazione ha coinvolto porzioni significative delle province di Vicenza, Padova e Verona, interessando la risorsa idrica di circa 350.000 cittadini. Le indagini giudiziarie e amministrative hanno messo in luce problemi di gestione, monitoraggio e comunicazione istituzionale.

Cosa cambia per i cittadini

La sentenza rappresenta un punto di svolta giudiziario ma non risolve automaticamente le criticità ambientali e sanitarie ancora presenti sul territorio. Restano aperti i nodi relativi a bonifiche, controllo delle forniture idriche e continuità degli accertamenti epidemiologici.

Tra le questioni pratiche immediatamente rilevanti:

  • l’eventuale avvio di appelli e la durata ulteriore del contenzioso;
  • l’uso dei risarcimenti per interventi di bonifica e prevenzione;
  • la necessità di rafforzare i controlli sulle emissioni industriali e la trasparenza verso i cittadini.

Le autorità locali e nazionali sono chiamate ora a trasformare la decisione giudiziaria in misure concrete: monitoraggi a lungo termine, progetti di rimedio ambientale e strategie di comunicazione pubblica per ristabilire fiducia e sicurezza nell’approvvigionamento idrico.

Per chi vive nelle aree interessate, la sentenza offre una forma di riconoscimento delle responsabilità ma apre anche una fase nuova di confronto tecnico e politico su come prevenire simili emergenze in futuro.

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