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Il commercio di animali e piante selvatiche non è un fenomeno marginale: muove decine di miliardi e mette a rischio specie, economie locali e la salute pubblica. A Samarcanda la Cop 20 della Convenzione di Washington (CITES) ha lasciato sul tavolo misure contrastanti, con alcuni successi per la tutela e altre decisioni che preoccupano gli esperti.
Un mercato dai confini sfumati
Il traffico di fauna e flora protetta convive con scambi legali che spesso risultano difficili da distinguere da quelli illeciti. Secondo esperti presenti al vertice, la forbice tra commercio autorizzato e mercato nero è amplificata da filiere globali complesse, dove la tracciabilità si perde prima che i prodotti arrivino sugli scaffali o nei laboratori di moda.
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La CITES, che riunisce oltre 180 Stati, è chiamata a gestire questa complessità: ogni tre anni delegazioni governative, ong e rappresentanti del settore provano a negoziare nuovi livelli di tutela e controlli. Ma le pressioni economiche e politiche, osservano i partecipanti, rendono i risultati altalenanti.
Cosa succede in Italia
Secondo Alice Pasqualato, Global policy specialist sui reati ambientali per la Wildlife Conservation Society, l’Italia non è immune: oltre alla visibilità dei sequestri eclatanti, esiste un mercato meno appariscente ma molto esteso, centrato soprattutto su rettili e pelli esotiche. Parte della lavorazione viene effettuata nel nostro Paese per prodotti poi etichettati come Made in Italy, con un forte impatto sulla domanda interna e internazionale.
Un dato significativo citato dagli esperti riguarda il 2018: l’Italia ha importato centinaia di migliaia di pelli grezze di rettili, per decine di milioni di euro, e gran parte di queste proveniva da catture in natura. Numeri simili rivelano come la domanda del settore della moda possa tradursi in pressione sulle popolazioni selvatiche.
Accanto alle pelli, un altro capitolo riguarda il legname pregiato dal Sud-est asiatico: alberi secolari trasformati in mobili e finiture di lusso, con casi di deforestazione illegale che vengono poi “ripuliti” nel mercato globale. In teoria la EU Deforestation Regulation punta a invertire questo flusso; nella pratica, dicono gli osservatori, la normativa è stata indebolita da lobbies e resistenze politiche.
Il boom del pet trade
L’acquisto di animali esotici come pappagalli, rettili o pesci ornamentali è cresciuto notevolmente con i social media. La domanda alimenta sia canali legali sia circuiti irregolari. Studi internazionali citati dagli esperti indicano che una percentuale elevata di specie commercializzate proviene ancora da prelievi in natura, con effetti diretti sulle popolazioni selvatiche.
Le conseguenze non sono solo ecologiche: esistono rischi di zoonosi quando specie selvatiche transitano nella catena commerciale, oltre a problemi di benessere animale per animali allevati o detenuti in condizioni inadeguate.
Risultati contraddittori a Samarcanda
La Cop 20 ha prodotto scelte opposte. Tra le decisioni che hanno allarmato la comunità scientifica c’è il rifiuto di inserire l’anguilla europea in misure restrittive sull’export, una scelta influenzata dalle pressioni della pesca commerciale a livello globale. È stata inoltre autorizzata una parziale ripresa del commercio del corno dell’antilope Saiga, una mossa che potrebbe compromettere i recenti sforzi di recupero della specie.
Dall’altra parte, la conferenza ha respinto tentativi di ridurre le protezioni per elefanti e rinoceronti avanzati da alcuni Paesi e ha approvato misure importanti per gli squali e le razze: circa 70 specie hanno visto aumentare il livello di tutela. È stata anche inserita in Appendice I la tutela per le iguane delle Galápagos, vietandone il commercio internazionale.
Priorità future
Per gli esperti, la sfida successiva è creare strumenti legali internazionali più efficaci contro i crimini ambientali. Pasqualato sostiene l’urgenza di un trattato dedicato, magari come protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Palermo, per armonizzare indagini, sequestri e sanzioni tra Paesi coinvolti nelle reti criminali transnazionali.
- Perché conta oggi: il commercio di specie minacciate influisce su biodiversità, economia e salute pubblica.
- Per il consumatore: chiedere l’origine dei prodotti e preferire tracciabilità e certificazioni riduce la domanda di beni di dubbia provenienza.
- Per le istituzioni: servono controlli più stretti nelle filiere, norme europee più robuste e cooperazione internazionale per perseguire le reti illegali.
- Per il settore privato: trasparenza nelle supply chain e politiche di approvvigionamento sostenibile sono ormai indispensabili.
La partita resta aperta: le decisioni di Samarcanda mostrano che gli equilibri si stanno ridefinendo, ma che senza pressione pubblica e cooperazione multilaterale i rischi per molte specie rimangono elevati. Per il pubblico, l’appello degli esperti è semplice e diretto: informarsi e chiedere responsabilità ai produttori per ridurre la domanda che alimenta il mercato illegale.












